LINDA RANDAZZO

a cura di: Federico Lupo

 

Che Palermo sia legata a doppio filo con la pittura è un dato innegabile. Spesso lungo questo filo si formano nodi, di quelli marinari ben saldi e fatti ad arte,  perlopiù nodi scorsoi, cosicchè quanto più forte è la trazione esercitata sul corrente tanto più forte il nodo stringe l'oggetto attorno al quale è avvolto. Oltre molti e diversificati nodi di giunzione.

Anche Linda è artefice e vittima di questi nodi, li stringe spesso, con forza titanica, finchè le fibre del cavo tendono a danneggiarsi. L’intrigo di nodi però è sempre più fitto e ritrovare un ipotetico filo d’Arianna è l’impresa che Linda cerca di portare a termine.  L’artista nelle vesti di un moderno Teseo, sul piano labirintico della tela, si scontra con il violento Minotauro, archetipo di una delle possibili declinazioni dell’identità umana, un’identità ancestrale sottomessa al “logos”, capacità logica, intelligenza, ragione, alla ricerca di una via d’uscita che si mostri salvifica, terapica.

Questo è a mio avviso il sottotesto del ciclo di  ritratti che Linda ha prodotto in questi ultimi anni,  una rappresentazione del dramma, della coscienza di sé e dello smarrimento di ogni individuo di fronte all’incontro con la propria coscienza, un Minotauro a cui è stato negato l’accesso a quel logos che altro non è se non un filo ormai consunto.

Ma aldilà di tale analisi “mitologica”,  i ritratti alacremente realizzati da Linda ci permettono di assistere (e/o di essere sottoposti) a dei violenti processi, il più delle volte lontani dalla forma e dai termini prescritti dalla legge, di tali processi ogni cedimento è registrato con cura, lasciando ampio spazio alla  descrizione degli anfratti più umidi, muffosi e sotterranei dell’animo umano. L’artista, affidandosi ad uno uso pastoso di terre e lacche, con cinismo da manuale restituisce tale umidità.

Alla ritrattistica, si affianca oggi una dimensione definibile di genere, una cruda riscrittura di alcune notissime fiabe appartenenti ormai di default al nostro immaginario. Cappuccetto rosso, in primo luogo, è una vischiosa lettura della femminilità in termini vagamente sessuali, possibilmente poco avvezzi all’esaltazione di una qualsivoglia forma di emancipazione femminile.

E’ curioso quindi che sia una donna a rileggere questa classica fiaba popolare, ispirandosi poi alle incisioni di Gustave Dorè, mutuandone matrice iconografica, ma lavorando alla ricerca di un senso capace di annullare con dolcezza pagine piene di revisioni ad opera dei fratelli Grimm, di Perrault, di Collodi.

Ad ogni modo, che si tratti di un dato reale, identitario, o di una fiaba resa pretesto, per Linda il mezzo pittorico è un moto di emanazione delle singole realtà dal principio supremo.

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